Mintonia a piedi nudi

A Taculè e Laranei i cristiani vivono di rabbia e illusioni. La rabbia la ostentano in ogni occasione come un vestito da festa. Le illusioni le coltivano come i vigni di un filare, pur sapendo in anticipo che daranno solo frutti amari, e vino risposo che accorcia le esistenze. (S.Niffoi)

17.7.06

Gatti e limoni, che bell'invenzione

Ancora più significativi dei luoghi dove si vorrebbe vivere, sono quelli in cui si vorrebbe morire. I primi solitamente sono a misura d'uomo, verdeggianti, ciclabili, architettonicamente interessanti, culturalmente vivaci (almeno per quanto mi riguarda). I posti destinati al transito verso l'aldilà sono invece necessariamente immobili. Io ne ho (ri)trovato uno, esattamente identico a come l'avevo lasciato e molto probabilmente destinato a restare tale nei secoli. Un paese di case di pietra con i muri spessi appoggiato su un colle da cui la città si vede ma non si sente e dove a sera si percepiscono solo il vento e l'odore dei limoni. Là c'è una casa, uguale a tutte le altre, che le rondini onorano con i loro nidi, pronte a dire buongiorno prima di tutti, prima che sia giorno. Ho dormito due volte in quella casa, ora e un anno fa. Stanza azzurra e stanza rosa, con i mobili di nonne altrui e il bagno piastrellato con piccoli mosaici irregolari in armonia con le pareti. Si dorme bene sui materassi alti e rigidi, senza interruzioni e senza sogni, finché la deliziosa colazione con miele e ricotta non chiama dal giardino. Ed è proprio in quel giardino che vorrei rintanarmi alla fine del mio transito terreno, camminando scalza sull'erba rasa intorno alla limonaia, dondolandomi pigra al sole persa nell'intimità di un libro lieve ed emozionante, giocando con il gatto diffidente e un topo di pezza. Accanto vorrei l'unico uomo capace di starmi accanto, tenero, canuto e protettivo. Dividerei con lui il pane profumato, le pagine del libro lette ad alta voce, i baci timidi e innamorati. Dividerei con lui la dolce attesa della fine, in quella pace assoluta che manca così tanto al nostro odierno dividere la vita.

13.7.06

Macerie

E poi c'è quel momento in cui la pietra va in frantumi. La senti sgretolarsi con un brivido violento, senti il tuo corpo che si spezza, le braccia e le gambe, e poi la pelle, gli organi, le cellule. Tutto tende a una scissione vorticosa e tu, immobile, ascolti quello scricchiolio interiore che preannuncia la frana. Devi restare perfettamente immobile, basta un soffio per crollare, basta rievocare per un istante il pensiero sbagliato che ha innescato la reazione. Anche il cervello deve restare immobile e muto. Una manciata di secondi sembrano un'agonia eterna.
Poi passa, lasciandoti addosso spossatezza e tremore. Vorresti essere a casa e cercare rifugio e riposo sotto le lenzuola, invece puoi solo scrollarti di dosso la polvere e fingere che nulla sia accaduto, puoi solo pregare che la prossima volta sia il più tardi possibile.

Come sono diventata un sasso

Stanotte ho sognato mio padre. Era giovane, come in quelle foto di me bambina con il fazzoletto rosso in testa, la canotta bianca e i piedi scalzi sul greto del torrente. Era giovane e paffuto, forse più chiaro del normale, forse più bonario. Cronometrava la capacità termica del mio corpo: Nove minuti - contava. Ci vogliono nove minuti perchè si arroventi e altri nove perchè si congeli del tutto. E' un sasso, è come me - diceva.
Così stamattina alzandomi dal letto sudato mi sono sentita un sasso, ruvido e puntuto, bruciato dal sole e scavato dall'acqua. Talmente assottigliato da poterci guardare attraverso. Cammino lasciando una scia di briciole di pietra dalla camera alla cucina, dalla cucina al bagno. La doccia mi gonfia come una spugna. L'asciugamano mi secca e mi grattugia.
Ho mangiato una manciata di cereali, pezzi di corteccia ruvida nel mio esofago di pietra. E poi acqua gelata, direttamente dalla bottiglia, a dilavare i detriti della notte e dei sogni inquieti specchiandomi nella nebbiolina che esce dalla porta aperta del frigo.
Poi la donnasasso coperta di rugiada è rotolata fino a qui e del viaggio non serve dire nulla, che è solo muta e quotidiana transumanza. E' qui, in questa prigione di corallo, che da mesi consumo il mio molle esistere. E da mesi, tutti i giorni, in ogni istante pianifico la fuga.